Review: Geografie di un Sogno e Altre Solitudini (BL Magazine)

Guy Debord, filosofo del secondo dopoguerra, scrisse che “Lo spettatore più contempla, meno vive”. I situazionisti, seguaci di un nuovo modo di concepire l’arte che si sviluppa attraverso le avanguardie artistiche d’inizio Novecento, vedevano il teatro come uno spazio in cui lo spettatore era protagonista della scena, dove era libero di vagare, lasciandosi influenzare dagli stimoli offerti dalle scenografie e dagli attori. Da questa rivoluzione artistica nasce l’ultimo spettacolo di Fabrizio Funari, drammaturgo post-moderno, che s’intitola ‘Geografie di un sogno e altre solitudini’.

Il teatro di Funari si discosta dal modello tradizionale, poiché lo spettatore non resta seduto su una poltrona ma vive un’esperienza interattiva di cui è protagonista indiscusso. Lo spettacolo diventa dunque uno ‘spazio aperto’, che lo spettatore attraversa, affidandosi agli attori e alle situazioni per lui appositamente costruite.

Chi entra vive un viaggio emozionale attraverso svariate scene che, senza una logica, si susseguono dando vita ad una realtà simulata che fa sentire lo spettatore in una dimensione metafisica come quella del sogno.

Gli ambienti riproducono situazioni atipiche ed inaspettate che colgono lo spettatore di sorpresa, come accade ne ‘Il Processo’ di Kafka, in cui il protagonista è vittima di circostanze paradossali che fanno diventare la sua vita un imprevedibile gioco di eventi. Elemento caratteristico del teatro di Funari è il dialogo che gli attori instaurano con lo spettatore, che può lasciarsi coinvolgere e immedesimarsi nella scena attraverso le vicende e i personaggi fortemente patetici.

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